Introduzione della prof.ssa Mongillo
Segreteria nazionale CISL Scuola
La Previdenza Complementare nel nostro Paese ha visto la sua implementazione solo nel 2007, con il D.M. 3.1.2007, che dava attuazione alla legge 296/2006.
è pur vero che già precedenti norme (Codice Civile, D.lgs 124/1993) avevano affiancato alla previdenza obbligatoria e collettiva quella complementare individuale e volontaria ma soltanto, appunto nel 2007 e con il tanto discusso silenzio-assenso vi è stata la svolta decisiva in materia previdenziale. Una svolta che introduce cambiamenti non soltanto previdenziali-economici ma sociali e più esattamente di costume.
Come tutti i cambiamenti anche questo necessita di tempo per la sua comprensione, elaborazione e consapevolezza delle scelte. Scelte che invero sono state e sono accompagnate da polemiche, critiche, cattiva informazione e vera e propria disinformazione.
Per fare dunque chiarezza ben vengano i testi come questo di Gabriele Casula che in modo puntuale e chiaro approfondisce tematiche così complesse offrendo al lettore una visione di insieme che vuol essere storica ma anche di prospettive per il futuro. L'autore ripercorre tappe fondamentali in materia di assistenza e di tutela, richiamando quei meccanismi di "mutuo soccorso" che hanno caratterizzato gli ultimi tre secoli, conducendoci con sagacia e dovizia di riflessioni ad un tempo, quello presente, e ai Fondi Pensioni, intravedendo in essi una continuità con passati strumenti, se pur in contesti profondamente mutati, caratterizzati dalla "liquidità" dei nostri tempi, di un'epoca cioè dove tutto cambia continuamente e che prefigura scenari sempre diversi.
Le varie forme di previdenza complementare presenti oggi in Italia nascono da contesti economico-giuridico estremamente differenti. Differente è la governance ovvero la partecipazione del lavoratore alla gestione delle proprie posizioni individuali, i costi, la gestione.
La previdenza complementare volontaria nasce come risposta alle crisi del sistema previdenziale obbligatorio che per effetti dell'impatto demografico, della scarsa crescita della produttività e delle dinamiche retributive presenta dei costi non più sostenibili.
L'introduzione del sistema del calcolo contributivo ha come principale effetto una forte riduzione degli importi di pensione rispetto al precedente sistema retributivo, quindi la pensione complementare potrebbe configurarsi come una nuova "mutualità" adeguata ai tempi. Potrebbe essere in parte vero ma le dinamiche sono ovviamente molto diverse in quanto la posizione previdenziale complementare è individuale, il suo investimento e il conseguente rendimento sono individuali.
è una forma di risparmio che va gestito e che rappresenta comunque un investimento, sia in esso piccolo o grande, importante per il nostro futuro reddito da pensionati, ma soggiace alle regole dei mercati e dell'economia mondiale. Un investimento da non lasciare "incustodito" ma al contrario "coltivato, seguito, collocato". La oggettiva difficoltà di tali operazioni rallenta anzi frena l'affidamento del proprio TFR, o parte di esso, e delle quote individuali ai fondi, che pur si sono dotati di innumerevoli forme di controlli interni ed esterni e che mirano ad investimenti prudenziali e garantiti.
In particolare i cosidetti fondi negoziali che vedono la partecipazione delle OO.SS. non gestiscono direttamente le risorse ma devono avvalersi di uno o più gestori e la selezione dei gestori è un'attività che deve essere organizzata e strutturata in maniera formale in modo rigoroso garantendo requisiti di trasparenza e completezza, attuando strumenti e strategie di analisi, misurazione, confronto e valutazione.
Un sistema non semplice ma che va a garantire la politica di investimento dopo aver individuato i profili di rischio e di rendimento con riguardo alle caratteristiche dei soci e ai relativi bisogni di previdenza nonchè alle dimensioni del patrimonio e alle sue prospettive di crescita.
Dal rapporto COVIP del gennaio 2008 gli iscritti ai Fondi Pensioni risultano essere circa 4 milioni di cui 2 milioni ai fondi pensioni negoziali; un dato in crescita rispetto al 2006 per effetto della legge 296/2006, ma coprendo meno del 30% del bacino di utenze, è ben al di sotto delle sue potenzialità a dimostrazione che molto deve essere ancora fatto.
Innanzitutto è indispensabile l'omologazione tra il settore privato e quello pubblico. Il D.lgs 252 del 2005 recante disposizioni attuative della legge delega è carente di una disciplina generale condivisa, sin dal primo momento, con il settore pubblico e ad oggi ancora si è in attesa delle dovute armonizzazioni, in particolare per quanto riguarda la fiscalità e la virtualità del TFR.
Questo "vuoto" legislativo è sicuramente uno dei motivi, che condizionano l'avvio dei Fondi negoziali, nel Pubblico Impiego.
L'unico Fondo infatti attivo continua ad essere quello dei lavoratori della Scuola "Espero" che dall'aprile 2009 è in gestione finanziaria con due comparti "Garanzia e Crescita".
Il primo ha come obbietivo quello di realizzare un rendimento pari alla rivalutazione del TFR nell'orizzonte temporale (almeno un anno) e fornire una garanzia finanziaria di restituzione del capitale conferito al netto di qualsiasi onere.
Il secondo, il comparto Crescita, ha una esposizione a rischio medio basso, un orizzonte temporale di 5 anni e il Benchmark è composto di quattro mandati a) monetario, b) obbligatorio, c) azionario, d) multiasset-absolut return.
L'analisi puntuale fatta dall'Autore ci aiuta, dunque, a meglio comprendere le ragioni e le necessità, non sottovalutando esigenze e nuovi parametri di misurazione.
L'attuale crisi economica e la difficoltà dei mercati finanziari potrebbero allontanare da questi strumenti finanziari, è necessario, invece, proseguire nell'esperienza, utilizzando proprio i Fondi Pensione, in particolare quelli negoziali, per moralizzare i mercati, riequilibrandoli e improntandoli ad oggettivi criteri di trasparenza ed efficacia.

