sabato 2 febbraio 2013

Rapporto Censis sulla previdenza complementare.


Il 23 gennaio 2012 è stato presentato il rapporto Censis eseguito per conto della Covip sullo stato della previdenza complementare 
I lavoratori italiani in maggioranza (il 46%) pensano alla propria vecchiaia come a un periodo di ristrettezze in cui non avranno granché da spendere. Il 24,5% pensa invece che non potrà scialare ma avrà comunque abbastanza per togliersi qualche sfizio, l’8% pensa che potrà godersi un po’ di serenità anche grazie a buoni redditi, mentre il 21,5% pensa che è tutto molto incerto e non riesce a dare una definizione della vecchiaia che si aspetta.
I dipendenti pubblici e privati sono convinti nella stessa misura (47,9%) che la vecchiaia porterà ristrettezze e tagli alle proprie disponibilità, mentre è meno del 40% dei lavoratori autonomi a pensarlo; gli autonomi sono più ottimisti, con quasi il 12% che ritiene che avrà redditi adeguati per una vecchiaia serena ed il 29,4% che si dice convinto che avrà abbastanza per togliersi qualche sfizio.
Pochi sembrano ritenere che all’innalzamento dell’età pensionabile corrispondano pensioni più alte.
In media i lavoratori italiani pensano che la propria pensione pubblica sarà pari al 55% del proprio reddito da lavoro (cosiddetto tasso di sostituzione). In particolare:
- circa il 25% dei lavoratori pensa che la pensione pubblica che percepirà sarà pari a meno del  50%   del proprio reddito;
- oltre il 43% tra il 50 e il 60% del proprio reddito;
- il 18,4% tra il 61 e il 70% del reddito;
- il 12,3% tra il 71 e l’80% del reddito e una quota risicata (1,1%) pensa che avrà oltre l’80% di pensione pubblica rispetto al reddito.
Riguardo alle aspettative delle diverse tipologie di lavoratori, i dipendenti pubblici si aspettano una pensione pubblica pari al 62,2% del reddito da lavoro, i dipendenti privati una pensione pubblica uguale al 55,5% del reddito da lavoro e gli autonomi pari al 50,6%.
Pensano invece che percepiranno una pensione pubblica pari al 50-60% del reddito quasi il 40% dei lavoratori pubblici, quasi il 44% dei dipendenti privati e una uguale quota tra gli autonomi.
Tra il 60 e 70% del reddito pensano che avranno la pensione pubblica il 25,5% dei dipendenti del pubblico, il 18,4% dei privati e il 14,3% degli autonomi; una pensione pubblica come quota tra il 71% e l’80% del reddito pensa che l’avranno il 23% dei pubblici, circa il 12% dei privati e il 7% degli autonomi.
LE ANSIE SULLA PREVIDENZA COME SISTEMA E COME PERCORSO INDIVIDUALEC’è tra i lavoratori italiani la convinzione che le regole previdenziali sono destinate a cambiare ancora, e questa incertezza delle regole e certezza della loro mutevolezza non fa che generare inquietudine.
L’84% dei lavoratori è convinto che le regole sono destinate inevitabilmente a cambiare e questa opinione prevale in modo trasversale al corpo sociale e alle macroaree geografiche.L’incertezza riguarda non solo le regole del sistema previdenziale, ma il proprio specifico percorso previdenziale; emergono paure, visto che il 34% dei lavoratori intervistati teme di perdere il lavoro e rimanere senza contribuzione, il 25% sottolinea la paura di dovere affrontare una fase di precarietà del lavoro con una contribuzione troppo intermittente, quasi il 20% di avere difficoltà a finanziarsi, oltre la pensione pubblica, fonti integrative di reddito, come ad esempio la previdenza complementare
Nella crisi la previdenza, come sistema e come percorso personale, catalizza paure, diventa fonte di incertezza, l’esatto contrario della sua ragione di essere primaria, un pilastro della tutela sociale che mette al riparo i cittadini dagli esiti del grande rischio di non riuscire a mantenersi economicamente
durante la vecchiaia che per secoli aveva tormentato la maggioranza della popolazione. Le paure sul percorso previdenziale individuale variano in relazione alle tipologie di lavoratori, poiché:
- la paura di perdere il lavoro è espressa dal 41% circa dei dipendenti privati, dal 21% di quelli pubblici e dal 24% degli autonomi;
- la precarietà, invece, genera timore in quote analoghe nelle tre tipologie di lavoratori (intorno a un quarto degli intervistati per ciascun segmento di lavoratori);
- non hanno timori di alcun genere sul proprio futuro rispetto alla pensione oltre il 30% dei dipendenti statali, meno del 18% di quelli privati e quasi il 29% degli autonomi.
LA PREVIDENZA COMPLEMENTARE VISTA DAI LAVORATORIIl suo ridotto appeal come secondo pilastro
Richiesti di indicare la fonte di reddito più importante durante il periodo di pensionamento, oltre alla pensione pubblica, il 39,9% dei lavoratori ha indicato i propri risparmi e eventuali titoli mobiliari in cui saranno investiti, il 18,7% il patrimonio immobiliare, il 16,5% una forma di previdenza complementare, dai Fondi pensione ai Pip e il 12,3% richiama le Polizze assicurative diverse dai Pip.
 La previdenza complementare non è agli occhi dei lavoratori il principale elemento del secondo pilastro; non è lo strumento fondamentale di integrazione della previdenza pubblica.I dati relativi al complesso dei lavoratori si frammentano in una notevole articolazione socio-professionale:
- i dipendenti pubblici, più fiduciosi sul livello della pensione pubblica, guardano poco alla pensione complementare, e pensano di integrare la componente pubblica con i risparmi propri opportunamente investiti in titoli mobiliari;
- i dipendenti privati, più pessimisti sulla pensione pubblica, pensano di doverla integrare con quella complementare e con polizze assicurative;
- gli autonomi, ancora meno fiduciosi sulla pensione pubblica, puntano tutto sulla creazione di un proprio patrimonio immobiliare e l’acquisto di polizze assicurative. Gli autonomi si impongono come praticanti del welfare fai-da-te.
Emerge che guarda di più alla previdenza complementare come canale di integrazione della decrescente pensione pubblica la componente più fragile del mondo del lavoro, i dipendenti privati.
Preoccupati di perdere il lavoro, con ridotta capacità di produrre risparmio, convinti che la pensione pubblica sarà bassa, i dipendenti privati, più degli altri, si mostrano orientati a integrare il reddito pensionistico pubblico atteso con la previdenza complementare, ma questa volontà potenziale oggi si
scontra con la condizione materiale percepita come molto fragile.
ANALFABETISMO FINANZIARIO E PREVIDENZIALE, URGENZA DA AFFRONTARE SUBITOL’analfabetismo finanziario dilaga tra i lavoratori e non può non condizionarne le scelte. Dall’indagine emerge che
- quasi il 47% dei lavoratori non è in grado di comprendere gli effetti di un tasso di rendimento applicato ad un capitale; infatti, di fronte alla richiesta di indicare a quanto ammonta un capitale di 100 euro con tasso annuale al 2% dopo cinque anni, quasi il 25% ha detto meno di 100 euro,
il 16% circa esattamente 100 euro ed un ulteriore 6% si è detto incapace di rispondere.
- poco meno del 51% degli italiani pensa che il potere d’acquisto rimane inalterato in presenza di raddoppio di reddito e prezzi di fatto non hanno
idea di come varia il proprio potere d’acquisto;
- il 46% dei lavoratori non sa che investire nell’acquisto di azioni di una singola impresa è più rischioso che acquistare un fondo azionario.

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